31.10.05

PANE AL MAIS E MIELE



Ormai siamo sempre di più gli affezionati alla macchina del pane o a farci (a mano, che masochisti!) il pane in casa. Gioia e allegria, perché fino a qualche anno fa trovare delle ricette interessanti per la macchina del pane che andassero un po' oltre il libretto di istruzioni era una lotta contro i mulini a vento. Da questo punto di vista gli Stati Uniti sono un vero paradiso (qualcosa di buono lo devono pure avere! Mica tutto gira intorno a Bush!) e la produzione letteraria sulle macchine del pane è abbondante, ben fatta e originale.
Lode, lode, lode a Beth Hensperger, la grandiosa autrice di The bread bible, da cui è tratto e parzialmente reinventato questo pane, che dedico con tutto l'affetto a Serena, la mia gemella panificatrice. Sere, ti darà energia per correr dietro a Caterina!!!
Indispensabile utilizzare i misurini in dotazione alla macchina, in altro modo è davvero difficile azzeccare le dosi.
  • 1 e 1/8 tazze d'acqua tiepida
  • 1 e 1/2 cucchiai di burro morbido (circa 22 grammi)
  • 3 cucchiai di miele per un pane da prima colazione; 1 solo cucchiaio per un pane da tavola
  • 2 e 2/3 tazze di farina
  • 1/3 di tazza di farina gialla tipo "fioretto"
  • 1/3 di tazza di latte in polvere
  • 1 cucchiaio più 1 cucchiaino di glutine (facoltativo)
  • 1 cucchiaino di sale
  • 1 bustina di lievito secco per pane

Programma "Basic", doratura "Dark"; ricetta anche per programmare in anticipo la macchina.

DI TUTTO CUORE

Per me rimane un mistero come fare a misurare il burro in cucchiaiate. Ho dovuto cercare delle tavole di equivalenza e poi fare esperimenti. Eppure gli amici dagli States mi dicono che loro non si raccapezzano quando devono misurare in grammi...

29.10.05

EL COCIDO DE MI SUEGRA



LESSO ALLO STILE DELLA VECCHIA CASTIGLIA

Ogni famiglia salmantina che conosco ha il suo "giorno del cocido" una volta a settimana; in casa di mia suocera questo giorno è il sabato, cioè oggi. Come in casa mia in Italia alla domenica si faceva il brodo con la gallina della zia Maria (meglio detto, allevata dalla zia Maria), cosí in terra di Castiglia c'è un giorno in cui si mangia questo lesso di proporzioni e contenuto assolutamente iperbolici. Piatto contadino per eccellenza, il cocido castellano è diverso dal cocido madrileño cosí come lo è dal maragato. Il cocido madrileño ha, a differenza del castellano, pure la verza, il sanguinaccio (morcilla), una specie di polpettone (relleno) e la gallina. Il maragato (tipico della zona di Astorga, León) invece è basicamente come il castellano ma si mangia in ordine inverso, cioè la minestra (sopa) è l'ultimo piatto (quando a uno cominciano a scoppiare i pantaloni, un bel piattone di minestra per finire in bellezza è quel che ci vuole).

Ovviamente non si può fare un cocido per due persone, perché questo piatto è sinonimo di famiglia numerosa (un po' come quando in Veneto si riunivano in venti attorno ad una polenta, da quel che raccontava mio nonno), ragion per cui da mia suocera il sabato ci andiamo in cinquanta, alcuni armati di tuppers da asporto, altri che direttamente se lo mangiano lí (faccia tosta assoluta). A me la santa donna fa un menù alternativo (normalmente pesce, pescadilla rebozada, del baccalà impanato e fritto), perché io non sono affatto carnivora, però a lei non importa cucinare il doppio purché i suoi pargoli non rompano il cordone ombelicale che li lega al cocido materno, generalmente vilipendiato dalle nuore, soprattutto se straniere.

Il suddetto cocido de mi suegra contiene, in dosi massicce non specificabili:

  • ceci, messi a bagno in acqua e sale il giorno prima
  • morcillo (carne bovina, la parte fibrosa che va dalla spalla al gomito)
  • tocino (lardo)
  • osso di prosciutto
  • qualsiasi osso di manzo che contenga il midollo
  • a scelta: orecchio, zampetto o coda di maiale
  • fagiolini, cavolo nero, patata

Si mette tutta la carne in una pentola, la si copre d'acqua e si lascia cuocere per almeno tre ore a fuoco lento. Dipendendo dalla qualità dei ceci, si aggiungono durante la cottura della carne; lo stesso vale per le verdure. Quando la carne sarà cotta, si scola dal brodo insieme alle verdure. Si filtra il brodo e in questo brodo si cuoce della pastina, che sarà il primo piatto (sopa).

Per condire i ceci spesso si prepara una compostura, cioè una salsina fatta con olio d'oliva in cui si soffriggono un paio di spicchi d'aglio tagliati a fettine sottili ed un cucchiaino di paprika dolce (pimentón). Per ultimo si aggiunge una cucchiaiata di aceto che si lascia evaporare, facendo attenzione agli spruzzi all'aggiungerlo.

DI TUTTO CUORE

Si tratta di un pasto mostruosamente completo, come potete immaginare, che spesso mi esonera dall'incarico di preparare una cena che vada oltre un'insalata ed uno yogurt.

Se qualcuno si trovasse a Madrid, nei pressi della Puerta del Sol può chiedere dove si trova Lardhy, che fa il miglior cocido di Madrid e dintorni (cosí si può pure vedere una meraviglia di negozio di specialità gastronomiche, dove sembra che il tempo si sia fermato agli inizi del secolo scorso, alla faccia dei fast-food).

Qui a Salamanca invece, nella località di Tamames fanno un cocido castellano talmente abbondante che se riesci a finirlo non paghi e ti offrono i liquori. Non conosco ancora nessuno che abbia superato la prova... Giancarlo, Chiara, preparatevi che per Natale ve lo beccàte.

28.10.05

MINESTRA DI ZUCCA, VERZA E SALSICCIA



Todo el día comiendo pasta...


Questo è quel che pensa di noi lo spagnolo medio, che mangiamo solo pasta e che quindi la nostra cucina è noiosissima. Ovviamente io rispondo che non si può capire la filosofia della pasta se l'orizzonte si chiude su un piatto di penne lisce stracotte condite col chorizo, una cosa obbrobriosa che a casa mia non si sarebbe degnato di mangiare nemmeno il cane (con tutto il rispetto per mia suocera, che ha fatto dei suoi macarrones con chorizo un piatto forte). Il castigliano vecchio va orgoglioso soprattutto dei piatti de cuchara che si preparano in queste terre, cioè minestre, minestroni e zuppe che si mangiano col cucchiaio/cuchara, sinonimo di una cucina d'altri tempi, saporita ed altamente nutritiva, dove alle lenticchie o ai ceci si mescola qualsiasi parte del maiale, dalle orecchie alla coda. Non a caso qui si dice che del maiale si mangia tutto, perfino il modo di camminare (del cerdo, hasta los andares). Tanto di cappello al maialino iberico che, effettivamente, è un animale meraviglioso; dove vivo io è zona di allevamento di altissima qualità, e da qui, da Guijuelo, Salamanca, partirà il primo prosciutto iberico a cui è stata permessa l'entrata negli Stati Uniti, tra circa un anno.
Detto questo, onore al plato de cuchara, però ognuno ha il suo orgoglio ed io, in questa stagione di zucche buonissime, ho fatto questa minestra, per dimostrare che non di sola pasta vive un italiano.
Per circa 6 persone:
  • 300 gr di zucca decorticata e senza semi
  • 300 gr di verza pulita
  • 160 gr di riso
  • 150 gr di salsiccia
  • cipolla, una cucchiaiata
  • 1 litro di brodo di carne
  • 1 spicchio d'aglio
  • olio d'oliva, sale, pepe

In un filo d'olio soffriggere la cipolla ben tritata, lo spicchio d'aglio e la salsiccia, spellata e tagliata a pezzetti. Passare la zucca al mixer ed aggiungerla alla salsiccia, assieme alla verza pulita e tagliata a listarelle (si può mettere nel mixer anche la verza, io lo preferisco). Lasciare insaporire per un po', irrorare con il brodo di carne, aggiungere una presa di sale e lasciar cuocere lentamente per 45 minuti. Aggiungere il riso e portare a termine la cottura. Servire con una macinata di pepe fresco.

DI TUTTO CUORE

Ogni parte del maiale qui si usa, dicevo, però le salsicce qui in Castiglia non le sanno fare, sono come dei bígoli di carne che sa solo di grasso. Piangevo ogni volta che mi venivano in mente le lugàneghe di casa mia, fino al momento in cui, a 600 chilometri da qui, in Catalogna e più precisamente a Lérida, ho scoperto la llonganiza, che è quanto di più simile esiste alle lugàneghe venete. La llonganiza è molto molto pepata e da quanto ho potuto verificare esiste solo a Lérida. In ogni caso, almeno una volta l'anno ci facciamo 1200 chilometri per comparne parecchi chili e poi congelarla. E non è l'unica cosa unica e speciale che hanno i catalani, almeno in cucina.

EN UN LUGAR DE LA MANCHA...


Beh, non esattamente nella Mancia, le Castiglie sono due ed io vivo nella Castiglia Vecchia, esattamente nella città in cui Cristoforo Colombo venne a chiedere consiglio e approvazione ai teologi di una delle università più antiche d'Europa, prima di salpare per la futura America.
Non è stato facile all'inizio, ma oggi mi confonderei perfettamente tra gli autoctoni, se non fosse per due fattori essenziali che lasciano allo scoperto le mie vere origini: il mio metro e ottanta di statura in una regione in cui le donne della mia generazione non oltrepassano il metro e cinquanta ed il fatto di non aver imparato a cucinare nemmeno la paella.
Mi sono intestardita ed ho trapiantato qui una succursale della cucina materna, con non pochi sforzi e con una lotta ancora quotidiana contro i luoghi comuni che predominano nella visione che gli spagnoli hanno degli italiani (e viceversa, devo dire, perché ogni volta che torno in patria sono molti quelli che mi chiedono se qui suoniamo le nacchere e corriamo dietro ai tori per le strade tutto il giorno).
Tra gli amici spagnoli ho fomentato quindi, a base di tonnellate di sughi, risotti e pizza, l'interesse per la cucina italiana; poi mi son stancata di trascrivere e tradurre ricette, cosí ho fatto la prima "Zuccheriera"; adesso si sono lagnati gli amici italiani che non capiscono quello che scrivo, cosí mi sono decisa a tradurmi...
Non so dove andrà a parare tutto questo, il caso è che inizio in questo momento una serie di flashes sul mio mondo gastronomico, sospeso tra Padova e Salamanca.